Survey: i produttori europei rafforzano la gestione doganale, ma faticano ad adottare un approccio proattivo di fronte alle criticità

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L’instabilità geopolitica e la crescente complessità dei flussi transfrontalieri stanno riportando la gestione doganale al centro delle priorità delle imprese europee

Tuttavia, la carenza di competenze interne continua a limitarne un approccio realmente proattivo

 

  • La gestione doganale sta progressivamente diventando una priorità strategica: il 44% delle aziende segnala una maggiore visibilità della funzione doganale e un coinvolgimento più diretto nelle decisioni strategiche.
  • Nonostante ciò, il 70% continua a esternalizzare le attività di sdoganamento, principalmente per mancanza di risorse e know-how interni.
  • Un’azienda su tre ammette di rispondere in modo reattivo all’incertezza commerciale e circa il 75% non ha ancora adottato misure per mitigare i rischi legati ai cambiamenti tariffari.
  • La classificazione delle merci resta una delle principali aree di esposizione: il 56% delle imprese riconosce il rischio di errata classificazione, una su tre non ha mai controllato le proprie classificazioni, con un 28% che per questo ha già subito impatti negativi, come costi aggiuntivi o controlli doganali.

 

Dalla seconda edizione della Strategic Radar Customer Survey 2026 condotta da Customs Support Group, analizzando le risposte di quasi 200 aziende manifatturiere e retail attive in Europa, emerge che il commercio globale si sta facendo sempre più complesso. Instabilità geopolitica, mercati volatili e un reticolo normativo in continua espansione stanno trasformando la gestione doganale e la trade compliance in una priorità strategica per le imprese europee. Tuttavia, disponibilità interna del personale e competenze specialistiche non sempre riescono a tenere il passo con l’aumento della complessità.

La gestione doganale passa dal back office ai vertici decisionali: quasi il 44% delle aziende intervistate dichiara che la funzione doganale ha accresciuto la propria rilevanza e il 18,5% segnala un aumento significativo. Un dato che evidenzia come le imprese stiano affrontando con maggiore consapevolezza strategica la crescente complessità e volatilità degli scambi transfrontalieri.

«La survey evidenzia un vero e proprio paradosso», afferma John Wegman. «Dogana e compliance commerciale non sono mai state così centrali, ma molte aziende risultano a corto di personale operativo in questo ambito e continuano ad agire in modo reattivo anziché proattivo. In un contesto geopoliticamente instabile, è una combinazione ad alto rischio. Fortunatamente, consulenti specializzati e broker doganali colmano il gap, posizionandosi sempre più come partner strategici di lungo periodo e non come semplici fornitori operativi».

L’outsourcing resta la norma

Nonostante la crescente rilevanza strategica, l’operatività doganale continua a essere prevalentemente esternalizzata: il 70% delle aziende intervistate non dispone di un team interno dedicato alle dichiarazioni doganali e si affida a partner esterni. Anche laddove esistano strutture interne, queste risultano generalmente di dimensioni ridotte: circa due terzi delle imprese che gestiscono internamente le dichiarazioni impiegano fino a quattro risorse full-time e, nella maggior parte dei casi, collaborano comunque con operatori esterni.
La principale motivazione alla base dell’outsourcing resta la carenza di competenze specialistiche in materia doganale (38% dei rispondenti), un terzo indica la mancanza di disponibilità operativa, mentre poco meno del 30% considera l’esternalizzazione più efficiente a livello di costi. A questi fattori si aggiungono ulteriori leve strategiche: accesso a soluzioni digitali avanzate (22%), maggiore qualità documentale (19%) e supporto nella gestione di un quadro normativo in costante evoluzione (18,5%). Permane inoltre una marcata riluttanza sul fronte dell’aumento del proprio personale: sebbene il 23% delle aziende abbia assunto nuove risorse nei reparti di compliance doganale negli ultimi 24 mesi, solo il 6% prevede ulteriori inserimenti, mentre il 58% non ha in programma alcun ampliamento.

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